
Gumbi
L’ascesa della produzione olearia, soprattutto tra Seicento e Settecento, portò alla diffusione su tutto il territorio di Villa Faraldi di numerosi frantoi, chiamati in dialetto gumbi. Con il declino dell’olivicoltura tradizionale e l’introduzione di nuove tecnologie, molti furono abbandonati, ma restano ancora oggi preziose testimonianze della vita contadina.
I gumbi si distinguono in tre tipologie: quelli ad acqua, azionati dall’energia idrica; quelli a sangue, che sfruttavano la forza degli animali; e gli edifici da sanse, strutture più piccole dove si estraeva ulteriore olio dalla pasta residua.
La presenza di corsi d’acqua favorì lo sviluppo dei frantoi idraulici, soprattutto lungo il torrente Cervo e i suoi affluenti. Dove l’acqua era scarsa, si costruivano vasche di accumulo per garantire la lavorazione.
Le fonti storiche sono frammentarie: un catasto del 1798 attesta la presenza di alcuni gumbi, ma il numero reale doveva essere più elevato. Nel corso dell’Ottocento molti mulini furono convertiti in frantoi, mentre nel Novecento si affermarono quelli elettrici, più efficienti.
Oggi i gumbi abbandonati raccontano un passato fatto di lavoro e ingegno, mentre i frantoi ancora attivi continuano a produrre un olio extravergine di qualità, mantenendo viva una tradizione secolare

